Askatasuna nel segno della devastazione. Comunque contro.
di Claudio Bertolotti.
Dalla Val Susa a Bologna: la convergenza della violenza come linguaggio politico
Cambiano le piazze, mutano le parole d’ordine, si sostituiscono i simboli e gli obiettivi contingenti. Il metodo, però, rimane sostanzialmente lo stesso: la violenza utilizzata come linguaggio politico, la convergenza delle lotte come moltiplicatore della mobilitazione e una rete capace di superare i confini delle singole vertenze territoriali.
È questa la chiave attraverso cui leggo tanto gli episodi di violenza registrati in Val di Susa quanto gli scontri che hanno attraversato Bologna dopo la morte di Abderrahim Fakir. Non perché si tratti necessariamente delle stesse persone, né perché esista una struttura unica che impartisca ordini a tutti i gruppi coinvolti. Il punto è un altro: siamo di fronte alla circolazione di un metodo, di un repertorio operativo e di una cornice ideologica comune.
La manifestazione bolognese del 20 luglio 2026 era nata intorno alla legittima richiesta di verità e giustizia avanzata dalla famiglia di Fakir. Una richiesta dalla quale gli stessi familiari hanno distinto nettamente le successive violenze. Terminato il presidio, una parte dei manifestanti si è però diretta verso la Prefettura e la Questura. Sono seguiti lanci di bottiglie e altri oggetti, incendi, danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine. Secondo diverse ricostruzioni, alcuni partecipanti hanno anche contestato gli attivisti dei centri sociali, accusandoli di aver trasformato una manifestazione pacifica in un’occasione di conflitto.
È proprio in questa trasformazione che individuo il dato politicamente più rilevante: la capacità di appropriarsi di una causa, separarla progressivamente dalla sua origine e ricollocarla all’interno di una narrazione antagonista più ampia. Il dolore di una famiglia, la contestazione di un’infrastruttura, la guerra a Gaza, un intervento delle forze dell’ordine o lo sgombero di un edificio diventano così elementi intercambiabili di una medesima rappresentazione: lo Stato come apparato repressivo; la polizia come nemico; l’Occidente come sistema imperialista; la violenza come risposta necessaria.
Ho già definito questo processo, nei miei studi sulle operazioni d’influenza, come la progressiva cattura narrativa di una protesta. Il problema non è il dissenso, che appartiene fisiologicamente a ogni sistema democratico. Il problema nasce quando una mobilitazione legittima viene trasformata in un’infrastruttura inconsapevole — o, per alcune componenti, consapevole — di una strategia fondata sulla polarizzazione, sulla delegittimazione dell’avversario e sulla normalizzazione della violenza.
Askatasuna e la convergenza delle lotte
In questo sistema Askatasuna rappresenta, a mio giudizio, uno dei principali punti di riferimento dell’antagonismo radicale italiano degli ultimi decenni. Definirlo semplicemente un centro sociale torinese sarebbe riduttivo. Più correttamente, occorre considerarlo come un nodo politico, organizzativo e simbolico inserito in una rete più ampia. Il rapporto tra Askatasuna e il movimento No Tav è uno dei passaggi decisivi di questa evoluzione. Il No Tav nasce come una mobilitazione composita, profondamente radicata nella Val di Susa, capace di coinvolgere amministratori, cittadini, associazioni, ambientalisti e comitati territoriali. Non può dunque essere ridotto alla sua componente violenta, né identificato nel suo complesso con l’antagonismo radicale.
Nel corso del tempo, tuttavia, gruppi provenienti dai centri sociali italiani e stranieri hanno progressivamente affiancato le componenti locali. Askatasuna è diventato uno dei principali strumenti di collegamento tra la vertenza territoriale e la galassia antagonista nazionale ed europea. La scelta strategica è stata quella della “convergenza delle lotte”: unire campagne diverse attraverso una comune interpretazione del conflitto. No Tav, No Gronda, opposizione al nucleare, lotta contro le grandi opere, antimilitarismo, antifascismo, contestazione delle carceri, sostegno alla causa curda e mobilitazione pro-palestinese possono così essere rappresentati non come vertenze distinte, ma come differenti manifestazioni di un unico scontro contro lo Stato, il capitalismo, la NATO e l’Occidente. Questa convergenza produce almeno tre risultati.
Il primo è l’amplificazione. Una protesta locale acquista immediatamente una dimensione nazionale grazie alla mobilitazione di gruppi provenienti da territori differenti.
Il secondo è il reclutamento. Ogni nuova causa offre l’opportunità di avvicinare giovani e simpatizzanti che, partendo da una specifica sensibilità — ambientale, sociale, internazionalista o identitaria — vengono progressivamente introdotti in una visione più radicale e totalizzante del conflitto politico.
Il terzo è la continuità della mobilitazione. Quando una vertenza perde capacità attrattiva, la rete può trasferire persone, linguaggi e risorse verso una nuova causa, senza modificare il proprio impianto ideologico.
Non è dunque necessario che esista una direzione gerarchica e centralizzata. È sufficiente che vi siano nodi riconosciuti, modelli imitabili, relazioni consolidate e un repertorio operativo condiviso. Askatasuna ha svolto precisamente questa funzione: collegare, legittimare, formare, mobilitare.
La trasformazione della protesta in conflitto permanente
L’apertura del cantiere di Chiomonte, in Val Susa, ha rappresentato un momento di accelerazione. La componente più radicale ha adottato modalità operative fondate sull’azione notturna, sul sabotaggio, sul danneggiamento, sull’uso di ordigni incendiari, sulle azioni diversive e sul confronto organizzato con le forze dell’ordine.
In relazione all’assalto al cantiere avvenuto tra il 13 e il 14 maggio 2013, la procura di Torino contestò inizialmente anche la finalità terroristica. La qualificazione non trovò però conferma definitiva: la Corte di cassazione stabilì che non era stata dimostrata la concreta idoneità dell’azione a produrre il grave danno al Paese richiesto dall’articolo 270-sexies del codice penale. Gli imputati furono condannati per altri reati, ma assolti dall’accusa di terrorismo. Questa precisazione è indispensabile. Le categorie analitiche non possono sostituirsi alle qualificazioni giudiziarie. Parlare di metodi insurrezionali, di violenza politica o di repertori sovversivi non significa attribuire automaticamente a ogni condotta la natura giuridica di terrorismo.
Sul piano strategico, tuttavia, rimane evidente la trasformazione della protesta in conflitto permanente. L’obiettivo non è più soltanto rallentare o impedire la realizzazione di un’opera. L’infrastruttura diventa il simbolo materiale di un sistema da colpire, mentre il cantiere offre un terreno sul quale sperimentare tattiche, consolidare identità militanti e costruire una narrazione eroica dello scontro.
In questa prospettiva, la violenza non è necessariamente uno scoppio spontaneo di rabbia. Può diventare una tecnica politica: serve a ottenere visibilità, provocare la reazione delle forze dell’ordine, produrre immagini immediatamente utilizzabili nella propaganda e rafforzare la rappresentazione dello Stato repressivo.
È un circuito che si autoalimenta. La violenza provoca la risposta dello Stato; la risposta viene isolata dal contesto e rappresentata come conferma della repressione; la repressione percepita giustifica una nuova mobilitazione e, infine, una nuova violenza.
Il passaggio attraverso il Rojava
Un ulteriore elemento di analisi riguarda il rapporto sviluppato da alcuni militanti dell’area antagonista torinese con l’esperienza curda nel Rojava.
Tra il 2016 e il 2018 alcuni attivisti legati all’area di Askatasuna raggiunsero la Siria settentrionale e si unirono, con ruoli differenti, alle unità curde impegnate contro lo Stato Islamico. Alcuni parteciparono direttamente ai combattimenti; altri operarono come volontari civili. La procura di Torino ipotizzò che l’addestramento ricevuto potesse essere successivamente impiegato nelle mobilitazioni italiane e chiese l’applicazione di misure di sorveglianza speciale. Per alcuni degli interessati la richiesta fu respinta: il tribunale stabilì che né la partecipazione alle proteste sociali né l’addestramento militare ricevuto in Siria erano sufficienti, da soli, a dimostrarne la pericolosità sociale.
Anche in questo caso occorre evitare conclusioni automatiche. Non esistono elementi pubblicamente disponibili che consentano di dimostrare un trasferimento diretto e organizzato delle tecniche di combattimento dalla Siria alla Val di Susa. La vicenda rimane però significativa sotto un altro profilo: mostra la permeabilità tra antagonismo locale e militanza transnazionale. Il conflitto curdo non viene osservato soltanto come questione internazionale, ma viene interiorizzato come modello politico, identitario e organizzativo. Il Rojava diventa un laboratorio rivoluzionario; la lotta contro lo Stato Islamico si salda alla critica del capitalismo e degli Stati nazionali; l’esperienza sul campo viene incorporata nella biografia e nell’autorevolezza politica dei militanti.
Non è necessario sostenere che le tecniche impiegate a Chiomonte provengano dalla Siria. È sufficiente osservare che l’esperienza di guerra può contribuire alla costruzione di competenze, relazioni, prestigio militante e familiarità con un immaginario nel quale il conflitto armato viene considerato una modalità politicamente legittima di trasformazione della realtà.
Uno spazio chiuso, una rete ancora attiva
Lo sgombero dell’edificio di corso Regina Margherita, avvenuto il 18 dicembre 2025, ha privato Askatasuna del proprio presidio storico. Non ha però necessariamente dissolto la rete costruita nel corso di quasi trent’anni. Un’organizzazione reticolare non coincide con il luogo che occupa. Lo spazio fisico è importante perché offre riconoscibilità, continuità, capacità logistica e aggregazione. Ma relazioni personali, competenze, canali comunicativi e legami con altri gruppi possono sopravvivere alla perdita della sede.
Anzi, la fine della centralità territoriale può rendere la rete più mobile e flessibile. Il punto di riferimento non è più soltanto l’edificio, ma il metodo: assemblee, campagne condivise, mobilitazioni nazionali, assistenza legale, comunicazione coordinata, raccolta di fondi e circolazione dei militanti. Gli episodi bolognesi devono dunque essere letti all’interno di una più ampia rete antagonista nazionale, nella quale operano realtà locali autonome ma reciprocamente comunicanti. Non sostengo che Askatasuna abbia impartito ordini per gli scontri di Bologna: in assenza di evidenze, sarebbe una conclusione arbitraria. Sostengo invece che rappresenti un modello politico e organizzativo riconosciuto, capace di influenzare linguaggi, pratiche e modalità di mobilitazione ben oltre Torino.
Dalla protesta alla cattura narrativa
La fase attuale presenta inoltre un elemento nuovo: la capacità dell’antagonismo organizzato di intercettare segmenti giovanili estranei alla tradizione storica dei centri sociali.
Accanto ai militanti politicamente formati compaiono giovani privi di una solida appartenenza ideologica, attratti dalla dimensione identitaria del gruppo, dalla spettacolarizzazione dello scontro e dalla possibilità di agire contro un avversario immediatamente riconoscibile. In questo ambito rientrano anche alcuni giovani descritti, spesso in maniera imprecisa e generalizzante, attraverso l’etichetta dei cosiddetti “maranza”. Non si tratta di un’organizzazione politica omogenea. Si tratta piuttosto di segmenti giovanili mobili, nei quali possono sommarsi marginalità sociale, appartenenza di gruppo, ostilità nei confronti delle forze dell’ordine e consumo di contenuti radicali diffusi attraverso i social media.
È qui che la dimensione locale incontra le campagne d’influenza esterne. Nei miei studi sulla propaganda iraniana ho evidenziato come Teheran non cerchi necessariamente di convincere il pubblico europeo a sostenere apertamente la Repubblica islamica. Il risultato perseguito è spesso più sottile: alimentare la sfiducia verso le istituzioni occidentali, rappresentare l’Occidente come ipocrita e responsabile di ogni conflitto, delegittimare Israele e trasformare Gaza in un meta-frame capace di assorbire battaglie differenti.
Il lessico che ne deriva — “resistenza”, “genocidio”, “repressione”, “colonialismo”, “imperialismo”, “Occidente assassino” — non è necessariamente prodotto dall’Iran e appartiene in parte a tradizioni politiche europee molto più antiche. La propaganda iraniana, però, lo seleziona, lo amplifica, lo adatta e lo restituisce alle comunità bersaglio attraverso contenuti emotivi, video brevi, meme, media statali, account inautentici e piattaforme digitali.
Come ho scritto analizzando i meme iraniani in stile LEGO, il messaggio più efficace non è quello che invita esplicitamente ad amare Teheran. È quello che induce a odiare, o quantomeno a disprezzare, l’avversario di Teheran. I contenuti attaccano governi occidentali, istituzioni, NATO, Stati Uniti e Israele, alimentando cinismo e sfiducia anche tra utenti che ignorano l’origine della narrazione che stanno contribuendo a diffondere. Il passaggio decisivo avviene quando questa narrazione viene localizzata. Gaza si salda alla protesta contro la polizia; l’antisionismo all’anticapitalismo; la causa palestinese alla lotta contro le infrastrutture; l’opposizione alla NATO alla contestazione dello Stato italiano.
Non è necessario che vi sia un coordinamento diretto con Teheran. La convergenza può essere spontanea, opportunistica o inconsapevole. Un attore esterno produce e amplifica una narrazione; un attore locale la seleziona perché compatibile con la propria ideologia; un influencer o una comunità digitale le conferiscono credibilità; infine, gruppi e individui la traducono in mobilitazione.
“Comunque contro”
È questo il senso dell’espressione “comunque contro”. La causa contingente diventa secondaria rispetto alla necessità permanente di individuare un nemico. Oggi è il cantiere; domani la polizia; poi la NATO, Israele, il governo, un’università, una testata giornalistica o una multinazionale. Il contenuto cambia, ma la struttura rimane.
La convergenza delle lotte consente di trasformare ogni episodio in una nuova occasione di mobilitazione. La violenza assicura visibilità. La propaganda produce legittimazione. La rete garantisce continuità.
Askatasuna, in questa prospettiva, non è soltanto il nome di un centro sociale sgomberato. È un modello di aggregazione politica che ha dimostrato di saper collegare territori, cause e generazioni militanti differenti. È uno dei nodi attraverso cui la protesta locale può essere inserita in una cornice nazionale e transnazionale.
Ma la vera questione strategica non riguarda soltanto Askatasuna. Riguarda la vulnerabilità del nostro sistema democratico di fronte a reti capaci di appropriarsi di ogni frattura sociale, trasformare il dissenso in delegittimazione e presentare la violenza come inevitabile risposta alla repressione.
Contrastare questo fenomeno non significa reprimere il dissenso. Significa, al contrario, proteggerlo dalla sua cattura. Significa distinguere la protesta dalla strumentalizzazione, la mobilitazione civile dall’azione violenta, la solidarietà internazionale dall’adesione a una propaganda ostile.
La democrazia deve garantire lo spazio della contestazione. Ma non può accettare che quello spazio venga sistematicamente trasformato nel luogo della devastazione. Perché quando la causa cambia continuamente, mentre il nemico e il metodo rimangono sempre gli stessi, non siamo più di fronte a una successione casuale di proteste, ma siamo di fronte a una strategia.