Pubblicato il Rapporto #ReaCT2025 sul terrorismo e il radicalismo in Europa
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Introduzione di Claudio Bertolotti, Direttore dell’Osservatorio ReaCT

Sono lieto e onorato di presentare #ReaCT2025, il nostro rapporto annuale dedicato all’analisi del terrorismo, della radicalizzazione e, quest’anno in modo ancora più marcato, delle minacce ibride e della guerra cognitiva che attraversano il contesto di sicurezza europeo e internazionale.
Con questa nuova edizione, il percorso di ricerca dell’Osservatorio prosegue nel solco tracciato negli anni precedenti, ma compie al tempo stesso un passaggio ulteriore. Se nei rapporti passati abbiamo osservato e descritto l’evoluzione del terrorismo jihadista, dei radicalismi violenti e delle manifestazioni antisistema come fenomeni dinamici, fluidi e sempre meno riconducibili a categorie rigide, oggi dobbiamo riconoscere che il quadro si è ulteriormente trasformato. Il terrorismo non può più essere analizzato soltanto come fatto organizzativo o come espressione di strutture clandestine riconoscibili; esso va inter-pretato sempre più come manifestazione conflittuale inserita in un ecosistema composito, nel quale propaganda, traumi, tecnologia, mobilitazione emotiva e vulnerabilità sociali si intrecciano in modo profondo.
#ReaCT2025 nasce da questa consapevolezza. Il rapporto mantiene la propria natura di prodotto scientifico e insieme collettivo, frutto del lavoro di ricercatori, studiosi, analisti e professionisti prove-nienti da esperienze diverse, ma accomunati dall’obiettivo di comprendere fenomeni che sfuggono alle semplificazioni e che richiedono invece uno sguardo trasversale, multidisciplinare e aggiornato. A tutti loro va la mia gratitudine personale e quella dell’Osservatorio: per il rigore, per la passione, per la capacità di leggere il presente senza indulgere né all’allarmismo né alla superficialità.
Il contributo di quest’anno si colloca in un tornante particolarmente delicato. I dati mostrano come, sul piano quantitativo, la minaccia jihadista in Europa confermi una traiettoria che negli ultimi anni appare relativamente lineare e in lieve diminuzione rispetto ai picchi della stagione segnata dall’ascesa del gruppo terrorista Stato islamico. Ma sarebbe un errore leggere questa tendenza come segnale di esaurimento del problema. Al contrario, ciò che emerge è la persistenza di una minaccia che muta forma: più individuale, più frammentata, più emulativa, meno organizzata in senso tradizionale e tuttavia ancora capace di produrre violenza, paura e destabilizzazione. Cambiano i volti, i linguaggi, i tempi di attivazione e i percorsi di mobilitazione, ma non viene meno la capacità del fenomeno di rigenerarsi, adattarsi e inserirsi nelle fratture delle nostre società.
Accanto alla dimensione quantitativa, il rapporto approfondisce proprio questi processi di trasformazione. Il terrorismo viene qui collocato dentro una più ampia riflessione sulle minacce ibride, sulla guerra cognitiva e sul ruolo crescente svolto dagli ecosistemi digitali. Oggi la competizione ostile si sviluppa sempre più in quella “zona grigia” in cui i confini tra guerra e pace, interno ed esterno, sicurezza e co-municazione, persuasione e manipolazione diventano meno netti. La disinformazione, la misinformazione, l’informazione malevola, la propaganda, l’uso strumentale dei social network e delle piattaforme digitali, l’impiego dell’intelligenza artificiale, la costruzione di comunità ideologiche online insieme alla progressiva erosione della fiducia collettiva nelle istituzioni sono elementi che non possono più essere considerati soltanto fattori complementari; al contrario, rappresentano, sempre più spesso, il terreno preparatorio della radicalizzazione e talvolta il suo moltiplicatore operativo.
In questa prospettiva, #ReaCT2025 propone una riflessione che ritengo particolarmente necessaria: quella sul rapporto tra guerra cognitiva, trauma collettivo e radicalizzazione. È una connessione che merita di essere osservata con attenzione, perché ci ricorda che la minaccia non si forma soltanto nello spazio ideologico, ma si alimenta anche nelle ferite individuali e collettive, nelle percezioni di esclusione, nelle memorie traumatiche, nelle identità ferite e nelle vulnerabilità emotive che possono essere intercettate, manipolate e orientate. In altri termini, la sicurezza contemporanea non riguarda più soltanto la protezione degli spazi fisici, ma investe la sfera cognitiva, simbolica e relazionale delle nostre società.
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