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La minaccia del terrorismo jihadista è sempre presente e non va sottovalutata

di Enrico Casini, Direttore di EUROPA ATLANTICA

Perchè è importante non dimenticare o non sottovalutare la minaccia del terrorismo di matrice jihadista, e anche della diffusione del radicalismo e dell’estremismo violenti, soprattutto sul web. Le ragioni del Convegno promosso a Roma da Europa Atlantica

Dopo il clamore, e la paura, degli anni scorsi, a seguito degli attacchi terroristici che hanno insanguinato alcune delle principali città europee, da Parigi a Bruxelles, a Berlino e Londra, oggi, nell’opinione pubblica e sui media, sembriamo esserci dimenticati del tema della minaccia terroristica di matrice jihadista. Allora eravamo in piena “emergenza” con la battaglia in corso contro Daesh e il sedicente Stato Islamico combattuta sul campo, tra Siria e Iraq, ma oggi, che quella emergenza sembrerebbe superata, e gli attacchi con tanto di rivendicazioni ufficiali si sono molto ridotti, se ne parla poco o nulla.  Ma cosa è cambiato in questi anni?

Daesh sembrava essere stato sconfitto sul campo, o almeno questa era una diffusa convinzione che teneva conto del fatto che le città principali controllate tra il 2014 e il 2018 dai miliziani islamisti di Daesh erano state liberate, da Raqqa a Mosul, che molta parte dei miliziani stessi, tra cui centinaia di foreign fighters, erano caduti prigionieri, o periti nei combattimenti o scappati altrove e che quel territorio era stato riconquistato, con un decisivo contributo sia delle milizie curde, che della colazione internazionale. Inoltre molti capi del’organizzazione erano stati uccisi e lo stesso Al Baghdadi è scomparso da molto tempo e, addirittura, potrebbe essere morto[1].

Ma si poteva e si può sostenere che il pericolo, in generale, determinato dalle organizzazioni terroristiche di matrice jihadista, come quello che rimane ancora di Daesh/Isis e non solo, sia scomparso? Assolutamente no.

Anzi le recenti cronache siriane hanno drammaticamente riproposto all’ordine del giorno il tema del ritorno dei jihadisti sul campo, tra quelli fuggiti dalle carceri curde o quelli che, rimasti nascosti per mesi, sono riapparsi approfittando del caos e dello scontro tra Turchi e Curdi. Sconfitti parzialmente sul campo, nascosti in rifugi protetti, pronti a tornare appena possibile, i jihadisti non sono mai tutti spariti.  Del resto, come la storia ci insegna, non è la prima volta che miliziani islamisti e terroristi riescono a nascondersi, in clandestinità, approfittando delle aree più impervie e isolate di quella regione, e magari anche della complicità di alcuni clan o tribù sunnite, in attesa del momento propizio per ritornare. Era accaduto così già negli anni precedenti l’avvento di Daesh, prima del 2013, e il fatto che si stima possano esservi alcune migliaia di miliziani jihadisti ancora in libertà, ben nascosti ma ancora presenti nell’area, non fa altro che confermare questa possibilità.

La crisi attuale in Siria potrebbe essere una nuova occasione per i jihadisti di rialzare la testa. Molti foreign fighters, nei mesi recenti, si sono spostati verso altre aree periferiche e conflittuali, in cerca di nuovi rifugi e nuovi fronti in cui combattere, in particolare tra Asia Centrale (Afghanistan) e Africa (Sahel, Libia, Corno d’Africa). Anche questa non è una storia nuova, ma fa parte di quanto, con le dovute differenze, abbiamo già visto in passato.

Del resto, nessuno poteva essersi davvero illuso che la sconfitta sul campo, al netto delle enclavi residuali ancora sotto controllo dei jihadisti, potesse aver significato la scomparsa della minaccia dello Stato Islamico, o men che meno delle altre organizzazioni terroristiche jihadiste, come Al Qaeda, ben nascoste in Africa Occidentale o in Asia. Infatti le cronache quotidiane provenienti dal Corno d’Africa piuttosto che dall’area centro asiatica o dal Nord Africa ci dicono il contrario, da tempo. Semplicemente, sconfitto sul campo il progetto dello Stato Islamico inteso come entità statuale, Daesh/Isis, è tornato a una dimensione clandestina, pronta ad approfittare del silenzio e dell’oscurità per prepararsi a colpire, in perfetto stile delle organizzazioni terroristiche “classiche”. E nonostante questa scelta tattica, non ha certo diminuito la sua attività nel mondo digitale, dove nel corso degli ultimi anni ha sfruttato molta della notorietà conquistata per raccogliere e arruolare simpatizzanti e combattenti.

La minaccia delle organizzazioni terroristiche non è dunque diminuita, nonostante il silenzio dei media o l’assenza, recente, di attacchi clamorosi o particolarmente sanguinari (almeno in Occidente, perchè la realtà di molti paesi mediorientali è tristemente molto diversa), ma anzi, continuerà a costituire per noi comunque una presenza costante e pericolosa. Ma non sarà sola, perchè oltre  a questa minaccia presente e strutturata, che sappiamo esserlo ormai da molti anni, dovremo continuarea  fare i conti anche con il tema, ancora più subdolo e complesso, della diffusione del radicalismo violento di matrice jihadista.

Un tema, che oltre alla minaccia delle organizzazioni e dle terrosimo jihaidsta strutturato, è diventato particolarmente rilevante anche per i numerosi, differenti, attacchi o atti violenti che si sono verificati, anche in tempi recenti, in molti paesi europei  e  per il vasto campo di simpatizzanti e followers che si è formato anche in Occidente. Accoltellamenti, tentativi di attentati, tentati attacchi con automezzi, aggressioni violente, casi di radicalizzazione individuati dallla autorità di pubblica sicurezza, l’elenco di casi è lungo, e anche molto diversificato, ma molto spesso riconducibile, tra le varie cause, a forme di radicalizzazione ed estremismo jihadista o tentativi di emulazioni ispirate dal web.

Tutto questo è avvenuto, spesso, nel quasi disinteresse dei media e senza le luci dei riflettori. Anche in Italia. Ma anche questa minaccia, purtroppo, resta presente, pervasiva, seria. Rappresentata dalle diverse forme di radicalizzazione violenta ed estremismo jihadista che imperversano in rete, e raccolgono simpatizzanti, oltre che potenziali adepti, e dalle organizzazioni terroristiche clandestine, che in presenza di un contesto geopolitico particolarmente caotico e conflittuale in tutta l’area del Mediterraneo e in particolare, con crisi  così gravi ancora aperte  in Siria, Iraq, Yemen e Libia, potrebbero approfittare per tornare a colpire con durezza, non solo nei loro paesi d’origine. Per destabilizzare i regimi locali, nei paesi musulmani, ma anche per provocare paura e risentimento in Europa, in un momento di particolare fragilità per le istituzioni democratiche.

Ma radicalismo ed estremismo violenti, non solo di matrice jihadista a dire il vero, viaggiano molto in rete e sono presenti, più di quanto se ne parli. Nel corso degli ultimi mesi abbiamo visto numerosi casi, anche molto violenti, di attacchi e di atti terroristici scoordinati tra loro, non solo riconducibili all’estremismo di matrice jihadista, ma anche a forme diverse di radicalismo, anche di tipo politico. Nel corso degli ultimi mesi, è stato segnalato in tutta Europa e non solo, un pericoloso aumento di casi di antisemitismo, razzismo, xenofobia manifestata in maniera anche molto violenta ( si pensi per esempio al recente caso di Halle[2]).

Il richiamo alla violenza e la grammatica estremistica che in rete, spesso, trovano terreno fertile per proliferare e diffondersi, anche tra i giovanissimi, dai quartieri altolocati alle periferie più degradate. Senza la necessità di un indottrinamento ideologico particolarmente profondo, sono andati diffondendosi, negli ultimi anni, approfittando spesso di cause diverse, di tipo soggettivo e personale, ad altre di tipo culturale, sociale o generazionale. Cause a volte differenti, da approfondire e analizzare, che in qualche modo chiamano in causa tutta la nostra società, le nostre istituzioni, le nostre comunità attarversate da una fase di profonda crisi e che ci obbligano a cercare soluzioni altrettanto diversificate e complesse.

Anche pochi casi, come nel nostro paese, non vanno sottovalutati. In fondo, nelle more e nelle fratture sociali, culturali, identitarie che attraversano la nostra società sempre più liquida si insinuano anche questo genere di pericolosi richiami violenti, che possono attecchire in personalità predisposte, in crisi o vulnerabili per i motivi più disparati.

Lo sforzo di comprendere le cause e le possibili evoluzioni di questo genere di fenomeni, dal radicalismo violento di matrice jihadista alle altre forme di estremismo radicale, ma anche di analizzare le tipologie differenti con cui le minacce di questo genere possono colpire, e infine, conoscere l’evoluzione storica e anche teorica, delle organizzazioni terroristiche jihadiste, quelle più strutturate e livello globale e più diffuse, e capirne strategie di propaganda e tattiche sul campo, non è tempo perso. È invece un lavoro necessario sia agli addetti ai lavori, a chi si occupa quotidianamente di tutelare la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico, ma non solo a loro, è uno sforzo che tutta la “società italiana”deve fare, dal mondo accademico alla scuola, alla cultura ai media. In particolare da parte di coloro che devono formare e informare i cittadini.

Per favorire questo sforzo di informazione e di conoscenza, è indispensabile promuovere un confronto aperto, su queste tematiche, all’interno della società civile: per comprendere meglio le dinamiche articolate e le cause possibili di questi fenomeni, le loro connessioni con la politica internazionale, con la geopolitica, con la sicurezza nazionale. Si tratta di uno sforzo che va fatto in collbaorazione alla politica e alle istituzioni e in relazione costante con gli operatori del comparto sicurezza, con la magistratura e le forze dell’ordine, tutti protagonisti, con ruoli diversi, del complesso sistema di sicurezza e giustizia che da anni opera per difendere il nostro paese dalle minacce interne come da quelle esterne di natura terroristica ed estremistica.

E proprio per mettere questo sistema nelle condizioni di operare al meglio, è necessario da un lato investire nella cultura della sicurezza, nella consapevolezza diffusa dell’importanza di questi temi e nella conoscenza. Dall’altro lato, oltre a combattere ignoranza, disinformazione o intolleranza, è indispensabile aggiornare e rinnovare continuamente strategie di contrasto e strumenti di repressione e di prevenzione, sia sul lato normativo, che su quello operativo. Repressione, contrasto e prevenzione. I diritti di protezione, la legalità, l’ordine pubblico, la sicurezza delle persone si tutelano sia reprimendo, sia contrastando ma anche prevenendo il formarsi di certi fenomeni. Investire nella sicurezza e allo stesso tempo farlo nell’educazione e nella cultura, animando una narrativa positiva ed inclusiva opposta a quella violenta ed estremistica che tende a dividere, a fomentare l’odio e la rabbia.

Sul fronte della prevenzione, il nostro paese ha necessità di adottare una normativa nazionale che permetta di dare vita ad un sistema organico, su tutto il territorio nazionale, operante su più livelli e su più versanti (dalla scuola al sociale, dalla cultura al sistema carcerario) per intercettare e prevenire eventuali forme o casi di radicalizzazione violenta. È un’esigenza che parte da chi si occupa di sicurezza e repressione, nella consapevolezza, che per la mutevolezza e la complessità dei fenomeni di radicalismo violento oggi diffusi, non solo quelli di matrice jihadista, e per la loro pervasività e diffusione, soprattutto online, non bastano più solo strumenti di tipo repressivo. Era questa la finalità con cui era stata scritta e presentata la proposta di legge Dambruoso-Manciulli. E da quella proposta vorremmo ripartire, aggiornandola e integrandola se necessario, per poter però fornire al nostra paese, finalmente, strumenti indispensabili a vincere la sfida che non solo le organizzazioni terroristiche e la loro propaganda, ma anche tutto il proliferare di radicalismo violento e jihadista, ci pongono.

Per questo rilanciare il confronto su questi temi, a livello pubblico, è indipensabile per fare tutti insieme un passo in avanti. Evitando giochi di parte, divisioni, particolarismi, ma anzi, promuovendo su questi temi la necessaria trasversalità e la indispensabile collborazione anche tra diversi, in nome di un bene comune come la sicurezza collettiva.

Il convegno promosso a Roma alla Camera dei deputati da Europa Atlantica, Ce.S.I., Formiche e Osservatorio ReaCT nasce proprio dall’idea di dare vita ad una rete di soggetti attivi, su campi diversi, per rilanciare il confronto su questi temi partendo da un luogo fisico di discussione, dove intorno al medesimo tavolo si possano ritrovare operatori del comparto sicurezza, militari e civili, ricercatori, politici, giornalisti.

È un primo passo per dare vita ad una rete ampia, fatta di tanti nodi e intrecci diversi, da allargare ed estendere a quanti, condividendo il senso di questa sfida, vorranno aderirvi, per programmare, con cadenza stabile, appuntamenti di approfondimento e di analisi su questi temi. Affinchè il silenzio che li circonda, in questa fase storica, sia in qualche modo rotto. In particolare perchè, soprattutto attraverso la cultura della sicurezza e la prevenzione, si fa un primo passo importante in nome della sicurezza di tutti.

Enrico Casini è Direttore di Europa Atlantica




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