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Dalla morte di Bin Laden a quella di Al Baghdadi. Dieci anni di storia del terrorismo jihadista (Europa Atlantica)

di Enrico Casini, Direttore di Europa Atlantica

Articolo originale pubblicato su Europa Atlantica

Nel decennio trascorso tra la morte del leader di Al Qaeda, nel maggio 2011, e quella del“Califfo” di Daesh, a ottobre 2019, quanto è cambiata e come si è evoluta la minaccia del terrorismo jihadista. Tra Al Qaeda e Daesh la sfida alla sicurezza internazionale rimane ancora aperta.

Con l’inizio del nuovo anno si è chiuso un decennio, quello 2010-2019, che è stato particolarmente significativo, sul piano della politica internazionale e della sicurezza globale, per i numerosi eventi che in questi anni si sono verificati, in particolare nella regione mediterranea e mediorientale. Tra questi indubbiamente anche i fatti che hanno interessato il vasto tema del terrorismo di matrice jihadista hanno avuto in questo periodo storico un’indubbia rilevanza.

Su questo tema in particolare, vista la costante presenza della sua minaccia in tutta l’area del Mediterraneo, per sviluppare una efficace e pur sintetica riflessione, è necessario ripercorrere in maniera molto rapida gli eventi più significativi che dal 2010 si sono prodotti e che hanno avuto una maggiore influenza a livello internazionale, sul piano politico e strategico.

Nella notte tra il 2 e il 3 Maggio 2011, nella località pakistana di Abbottabad, all’interno di un anonimo compound rimasto per anni nell’ombra, si consuma uno degli eventi più rilevanti della storia recente. Uomini delle forze speciali americani, appartenenti ai Navy Seals, entrano durante la notte nell’edificio e uccidono Osama Bin Laden, leader carismatico di Al Qaeda, nascosto al suo interno. Dopo quasi 10 anni dagli attacchi dell’11 settembre 2001, la primula rossa del terrorismo jihadista mondiale è eliminato. La notizia, ovviamente, una volta confermata dalle fonti ufficiali americane, fa il giro del mondo.

Erano anni che, tra Afghanistan e Pakistan, la caccia a Bin laden si consumava con sempre minori speranze di un esito positivo. Nonostante ormai Al Qaeda fosse di fatto già diretta dal braccio destro di Bin Laden, il medico egiziano Ayman Al Zawahiri, è indubbio che la morte del suo leader e fondatore, non che icona mondiale del terrorismo, ebbe un impatto devastante sull’organizzazione.

Con la morte di Bin laden si chiuse idealmente il decennio iniziato con l’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono nel 2001. Un evento epocale che aveva radicalmente contribuito a imprimere una svolta nell’ordine internazionale. Da quella data aveva preso avvio infatti la guerra globale al terrorismo lanciata dal Presidente George W. Bush, con cui si erano prodotte due guerre, una in Afghanistan e una in Iraq, e in cui Al Qaeda, pur mutando nella struttura dopo essere stata cacciata e braccata per anni, dopo che i campi di addestramento afghani erano stati distrutti e centinaia di militanti e simpatizzanti appartenenti alla sua rete erano morti o catturati, aveva comunque portato a termine altri sanguinosi attentati contro paesi alleati degli Usa, o contro obiettivi sensibili, in tutto il mondo. Tra i vari, in particolare, si ricorderanno gli attacchi a Madrid del marzo 2004 e Londra nel luglio 2005.

Il periodo 2001-2011, di cui Al Qaeda era stata una protagonista indiscussa nel campo del terrorismo jihadista con i suoi grandi attacchi, si chiude, di fatto, con una bruciante sconfitta, dopo essersi aperto con un improvviso incredibile trionfo. Il fondatore, guida, icona, è morto; l’organizzazione decimata in molte sue parti, anche se ovviamente non ancora distrutta del tutto, il suo stratega e reale ideologo Zawahiri in fuga nascosto in qualche rifugio segreto e, soprattutto, le masse arabe e islamiche non si sono rivoltate in nome del Jihad a seguito degli attacchi terroristici, così come ne le potenze occidentali ne i loro alleati nel Golfo sono stati sconfitti dai jihadisti. Con la morte di Bin Laden però in Occidente un eccesso di ottimismo portò erroneamente a pensare che davvero il terrorismo jihadista potesse davvero essere diventato un problema secondario.

Eppure, di lì a pochi mesi, per quanto pesante possa essere stato il colpo subito, Al Qaeda trovò modo per continuare a sopravvivere, riorganizzarsi e rinnovarsi. Come al solito approfittando sia del contesto geopolitico mediorientale che degli errori degli occidentali.

Le primavere arabe e il caos in Medio Oriente

Infatti, in quegli stessi giorni, il mondo arabo e il Medio Oriente erano in subbuglio. Nello spazio di quei pochi mesi, tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, qualcosa nel mondo arabo si è mosso, ma non certamente per merito dei jihadisti. Sono mesi cruciali per tutta l’area, Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria sono diventati terreno di incubazione di ribellione e rabbia sociale che esplodono in violente rivolte popolari e proteste, di cui la lunga protesta di piazza Tahrir in Egitto è l’emblema, che porteranno alla crisi o al crollo dei regimi che governavano quei paesi, Egitto e Tunisia per primi, o allo scoppio di guerre civili drammatiche in Siria, Libia, Yemen. Guerre di cui, a quasi dieci anni di distanza, ancora oggi non si vede la conclusione.

Lo shock di questi eventi, talmente improvvisi da cogliere di sorpresa molti politici, analisti, studiosi nel mondo, scossero profondamente tutto il mondo arabo, e non solo. La storia li ricorderà con il titolo di “Primavere arabe”, ma poi, gli esiti successivi ai primi mesi in cui una certa narrazione mediatica aveva forse eccessivamente sperato in un loro risvolto positivo, hanno visto, a parte il caso tunisino, non certo il fiorire della democrazia nei paesi che le ha viste nascere. Anzi, il risultato è stato sostanzialmente opposto tra reazioni autoritarie o guerre civili.

Ciò che rileva di più, è che dai primi mesi del 2011, mentre Al Qaeda subiva un colpo durissimo e in qualche modo si pensava che con la morte di Bin Laden si potesse finalmente dire la parola fine alla sua storia, il Medio Oriente entrava in una lunga fase di crisi i cui riverberi avrebbero interessato tutti i suoi paesi, causando instabilità, crisi istituzionali, conflitti, insicurezza[1]. Il caos generato ha fornito spesso carburante al risentimento e alla rabbia sociale delle popolazioni, ha favorito il collasso di sistemi politici ritenuti sicuri fino a poco tempo prima, l’inizio di una lunga crisi migratoria, con la fuga di migliaia di migranti e profughi verso i paesi europei e i paesi di confine, il riemergere di radicalismo e conflitti. Mentre i paesi europei, sostanzialmente incapaci di intervenire per evitare il degenerare delle crisi, per reazione, anche in ragione del forte clima di paura diffuso nell’opinione pubblica, iniziarono proprio di fronte alla nascente crisi migratoria a chiudersi sempre di più, senza riuscire però a mettere in campo una strategia di intervento nei paesi in crisi e  in tutto il Medio Oriente, di tipo politico ed economico, in grado di arginare gli effetti devastanti e perversi delle crisi in atto.

La regione coinvolta direttamente e indirettamente dallo shock delle primavere arabe vide crescere, dal 2011 in poi, conflitti e rivalità tra tutti i suoi principali paesi contribuendo ad aumentare la confusione e la tensione nell’area: il campo politico/religioso sunnita, largamente maggioritario in tutta l’area, è diventato terreno di confronto tra le sue diverse anime, mentre sulla scia delle rivolte e delle proteste di piazza, riemergevano e prendevano campo predicatori, leaders e organizzazioni islamiste e jihadiste. È stato così che a partire dalla guerra in Siria e poi in Yemen e in Libia, questi conflitti, nati come interni, sono diventati in realtà teatro della contrapposizione delle diverse potenze regionali del Medio Oriente, divise in schieramenti differenti. Ma anche il palcoscenico per il confronto tra le grandi potenze straniere presenti nella regione, a partire dalla Russia che ha colto l’occasione della crisi siriana, e oggi di quella libica, per riconquistare un ruolo di primo piano nello scacchiere mediorientale.

Mentre le crisi si diffondevano e diventavano endemiche, le organizzazioni  di matrice islamista e jihadista hanno potuto approfittare dei disordini e del fallimento delle rivolte, risucchiate in una spirale di repressione e violenza, per riorganizzarsi, rilanciare i propri gruppi nei paesi in crisi, infiltrasi nelle stesse rivolte o insediarsi in aree geografiche, di quegli stessi paesi, rimaste senza controllo statuale. L’instabilità e i conflitti sono diventati la cifra comune a tutta l’area, ma sono riemerse prepotenti rivalità e competizione per la leadership geopolitica della regione: con Iran e Arabia Saudita a confrontarsi da un lato, e dall’altro la stessa Arabia Saudita e i suoi alleati intenti a rivaleggiare con Turchia e Qatar per la leadership interna al mondo sunnita.

Il ritorno di Al Qaeda e la nuova evoluzione del jihadismo

In questo quadro Al Qaeda, archiviata la crisi successiva alla morte del suo capo storico, ha potuto iniziare a riorganizzarsi attraverso una strategia nuova. Strategia che Zawahiri ha consolidato in quegli anni, fatta di clandestinità, ma anche prevedendo di una maggiore territorializzazione e autonomia dei suoi gruppi, disseminati nei paesi cuore della crisi, ma anche nella aree ai loro margini o in altre aree dove, in contesti statuali già in crisi o per colpa di conflitti già esistenti, esplodevano nuovi focolai di tensione. Si pensi al Sahel, al Corno d’Africa o all’Afghanistan fino all’Africa Occidentale. E’ in questi contesti, in particolare nel Magreb e nel Sahel, nella penisola arabica e in Siria, che si consolidano a inizio decennio tre organizzazioni legate ad Al Qaeda che diverranno, ciascuna con i suoi leader e con le sue specificità territoriali, tre diversi fonti di rinascita dell’organizzazione per gli anni successivi: AQMI, tra Nord Africa e Sahel, AQAP in Yemen, e Jabhat Al Nusra, in Siria.

Superata la crisi del 2011, Al Qaeda, come molte altre organizzazioni jihadiste e islamiste, è riuscita ad approfittare delle crisi ingenerate nel mondo arabo, dai conflitti esplosi in tutta la fascia di stati che dal Marocco arriva fino all’Asia Centrale, dalle statualità in crisi o dissolte, come in Libia o nel Corno d’Africa o nel Sahel, e dall’arrivo di nuovi adepti alla causa del jihadismo violento e della lotta armata, per rigenerarsi e riprendere il suo cammino, mentre nuovi predicatori, grazie soprattutto al web, riuscivano a diffondere il verbo jihadista raccogliendo nuovi simpatizzanti e arruolando nuovi combattenti. Non è un caso se in quegli anni, attraverso l’attività online di predicatori come Al Awlaki[2], o la diffusione di nuove riviste jihadiste in rete e la diffusione dei nuovi social network, assistemmo ad una diffusione sempre più rapida della retorica violenta del jihadismo, delle tecniche fai da te per terroristi autodidatti e, anche, in forma più individualizzata e orizzontale, all’inizio di una nuova mobilitazione privata di giovani pronti a mettersi al servizio della causa non solo come terroristi, ma anche come combattenti sui campi di battaglia che un po’ ovunque si formano in tutto il Maghreb e il Levante. In poche parole, quello che Al Suri aveva teorizzato nel decennio precedente, il suo modello di jihad molecolare, individualizzato e orizzontale, riassunto nella celebre formula “Nizam la Tanzim” si stava realizzando e diffondendo[3].

Diventa il momento in cui inizia a riprendere forma una nuova mobilitazione globale di foreign fighters[4], sulla scorta di quanto già avvenuto nei decenni precedenti verso Afghanistan o Iraq. Provenienti da molti paesi dove il jihadismo ha fatto nuovi proseliti, dal Nord Africa all’Asia Centrale, fino alle periferie europee o ai Balcani o al Caucaso, sono pronti a raggiungere i nuovi teatri di guerra del jihad, in particolare la Siria, dove la lotta dei vari gruppi islamisti sunniti è orientata contro il regime di Asad, e poi successivamente la Libia, per unirsi alle diverse milizie islamiste e jihadiste.

Inizialmente Al Nusra, in Siria, braccio siriano di Al Qaeda a cui è lasciata ampia possibilità di movimento e di azione, approfittò in larga parte dei primi foreign fighters provenienti dall’estero. Ma poi, dal 2013 con l’aumentare e l’intensificarsi del fenomeno, iniziò ad emergere anche un’altra organizzazione che attirò a se numerosi combattenti stranieri: si trattava dell’ l’ISI (Stato Islamico dell’Iraq) guidato da Abu Bakr Al Baghdadi, a cui Al Nusra era inizialmente legata, che rinominatosi ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) ruppe i rapporti con i siriani e con la casa madre Al Qaeda, di cui era stata con alterne fortune e con un rapporto sempre molto complicato l’emanazione in Iraq fin dai tempi del suo fondatore l’emiro Abu Masub Al Zarqawi.

Ascesa e caduta dello Stato Islamico

Questa organizzazione, al tempo sconosciuta al grande pubblico, dopo le sconfitte subite in Iraq nei primi anni duemila e la morte del suo fondatore, era sopravvissuta nelle aree isolate e desertiche delle regioni sunnite irachene, a confine con la Siria. Dopo la rottura definitiva con Al Qaeda, il leader di ISIS aveva deciso di ripercorrere il solco avviato da Abu Musab Al Zarqawi[5], protagonista dell’insorgenza irachena successiva all’invasione americana e della guerra contro gli sciiti iracheni, lanciandosi anche nella sfida geopolitica di ridefinire i confini e le gerarchie politiche nel Medio Oriente. Fu così che nel giugno 2014, dopo la presa di Mosul[6], si trasforma nell’Islamic State, annunciando al mondo per voce di Abu Bakr Al Baghdadi la nascita di un sedicente Stato Islamico, creato a cavallo dei confini abbattuti tra Iraq e Siria, e proclamando il ritorno di un nuovo Califfato.

Da organizzazione clandestina si professa e cerca di trasformarsi in entità para-statuale, approfittando non solo dei combattenti stranieri provenienti da fuori dei confini siro-iracheni, ma anche della collusione e degli appoggi di molti clan sunniti iracheni, desiderosi di riscatto contro le politiche del governo nazionale guidato dagli Sciiti, e anche, del contributo e dell’apporto decisivo, sul piano operativo e strategico, degli elementi confluiti tra le sue fila provenienti dai servizi segreti del vecchio regime di Saddam Hussein, pronti a riciclarsi nell’organizzazione jihadista.

L’ascesa improvvisa di ISIS, o Daesh che si preferisca, fa subito notizia nel mondo per la tempestività delle conquiste territoriali e la violenza delle azioni prodotte. Ma così come determina una reazione di stupore e di timore, di fronte alla sue crudeltà e alla rapidità della sua espansione in Medio Oriente e nel mondo occidentale, ha anche un impatto fortissimo nell’immaginario collettivo dei simpatizzanti e dei militanti della galassia jihadista globale, imponendosi alla loro attenzione e iniziando subito a competere con Al Qaeda, i cui destini sembrano al momento affidati alle imprese locali dei suoi gruppi presenti nelle aree più periferiche del mondo, proprio per assumere la guida di quella stessa galassia. La proclamazione del Califfato, che nel mondo sunnita ha un significato molto particolare, andando, per quanto forzata, a cercare di riempire il vuoto politico rimasto dalla sua abolizione nel 1924, e la fondazione di un’entità statuale, sono una sfida aperta, precisa, di tipo strategico e ideologico al qaedismo, che mai avrebbe osato un passo simile, ma contemporaneamente anche alle monarchie del golfo e alle altre organizzazioni islamiste del mondo sunnita.

La sfida dello Stato Islamico era tutta orientata in senso strategico e geopolitico alla primazia nella regione mediorientale, ma anche a diventare la guida e il riferimento di tutti i radicali islamisti e jihadisti nel mondo. La bandiera nera del “nuovo Califfo” Al Baghdadi diventa un simbolo che richiama, nel cuore del Levante, migliaia di volontari da tutto il mondo, dove si sogna (e si promette), la creazione di un nuovo Stato. Il richiamo è accolto da migliaia di uomini e donne da tutto il mondo, pronti non solo a combattere contro infedeli e miscredenti ma anche a lavorare per costruire di questa nuova entità statuale. Un richiamo che colpisce e raccoglie simpatie anche a distanza fin nel cuore del città europee, tra tanti giovani delle seconde e terze generazioni di immigrati e molti convertiti.

Così la battaglia per il jihad si continua combattere a livello globale, Daesh resta comunque una organizzazione terroristica che utilizza l’arma del terrorismo nel mondo per colpire i nemici occidentali come ogni possibile obiettivo, ma anche locale, nel cuore del Medio Oriente, nel fronte siro-iracheno,  contro gli sciiti, contro i regimi nazionali avversi, contro tutti i miscredenti e gli infedeli, dagli Yazidi agli Ebrei ai Cristiani, ai Sunniti che non si piegano alla volontà del nuovo Califfo e ne riconoscono l’autorità.

La rottura con Al Qaeda è profonda, il dissidio tra Zawahiri e Baghdadi va oltre le diverse vedute di natura strategica e tattica, ma riguarda la prospettiva dottrinale di fondo e gli strumenti con cui perseguirla, riguarda anche, come era stato in passato con l’ideologo ispiratore di Daesh Al Zarqawi, il settarismo e la violenza rivolta contro le altre comunità islamiche. Ma soprattutto è l’idea della proclamazione del Califfato che per il qaedismo è inaccettabile. Il leader qaedista e molti ideologi e predicatori islamisti, non accettano infatti l’autorità di Baghdadi come nuovo Califfo e guida autoproclamata della Umma. Per Al Qaeda la prospettiva della fondazione del Califfato esiste, ma è vista in termini temporali molto più lunghi e dopo un processo di riunificazione della comunità dei fedeli e di abbattimento dei regimi esistenti, a partire da quello Saudita, che occupa i luoghi sacri dell’Islam.

Ma nei tre anni in cui la cometa di Daesh e del suo esperimento statuale brillano nel cuore del Medio Oriente e in Europa terroristi e gruppi ispirati e collegati al Califfato conducono attacchi sanguinosi e spettacolari nel cuore del continente, la stella di Al Qeada sembra eclissarsi, lasciando il campo proprio alla propaganda online dello Stato Islamico, realizzata con metodi e mezzi molto più professionali e penetranti di ogni altro gruppo jihadista, e alla sua capacità di arruolamento e di proliferazione nel mondo. In tutto il Dar al Islam,  e anche al di fuori dei suoi confini fino all’Africa occidentale e all’estremo oriente,  vengono fatti giuramenti di fedeltà al Califfo da parte di vecchi e nuovi gruppi armati e nascono nuove province del Califfato (wilayat), pronti a combattere in nome di Baghdadi e del suo progetto, non solo contro i nemici locali e gli occidentali, ma anche contro le altre organizzazioni islamiste e jihadiste che invece non riconoscono la primazia dell’autoproclamato Califfo e la mettono in discussione.

Questa competizione interna alla galassia jihadista, per quanto porti Daesh a primeggiare a livello internazionale a sostituirsi ai qaedisti nell’immaginario collettivo come nuova minaccia alla sicurezza e nuovo principe oscuro del terrorismo, in realtà non indebolisce Al Qaeda. La mette in ombra, ma non la fa scomparire, perché invece in questa fase continua il suo lavoro di riorganizzazione e di insediamento in aree periferiche rimaste ai margini dei conflitti, e lontane dalle luci della ribalta. Mentre lo Stato Islamico, con la sua mediaticità e la sua spietatezza attira su di se la furia di tutta l’ampia coalizione internazionale che organizzatasi con l’ausilio delle potenze occidentali e la partecipazione dei principali paesi sunniti, lo combatte senza tregua nei territori dove sventolano i suoi vessilli.

Gli attacchi contro i paesi vicini e i paesi occidentali condotti da Daesh in questi anni, tra il 2015 e il 2017, aumentano la violenza della reazione contro le sue schiere, che vengono attaccate con sempre maggiore forza nel corso dei mesi, mentre ovunque, soprattutto in Europa, vengono adottate normative sempre più restrittive per impedire il flusso dei combattenti verso le sue milizie e il loro rientro in patria e si interviene anche per arginare e contrastare la sua diffusione attraverso il web. Si cercano risposte all’ondata di radicalizzazione di molti simpatizzanti jihadisti e si adottano le prime strategie di de-radicalizzazione.

Pur avendo acquisito la leadership sui media, soprattutto online, pur avendo dato vita nella dimensione digitale di un “Califfato virtuale”, popolato da migliaia di followers disseminati ai quattro angoli del globo, sui quali esercita un richiamo molto potente che rende molti di loro pronti a passare all’azione anche a casa propria, lontano centinaia di chilometri da Mosul o Raqqa, lo Stato Islamico conduce contemporaneamente non solo una battaglia sulla dimensione cyber e informativa, ma anche una lotta di tipo convenzionale, sul campo, e asimmetrica, attraverso l’uso dello strumento terroristico. In questo modo si fa artefice anche di una nuova forma di guerra ibrida che rende ancora più complessa la sua minaccia e difficile poterla contrastare, poiché si sviluppa contemporaneamente su dimensioni e con strumenti diversi: dalla disinformazione alla propaganda online, dal terrorismo alla guerriglia, dalle attività criminali alla guerra convenzionale. Eppure questa complessità vive ed è resa possibile soprattutto grazie all’esistenza della dimensione territoriale di Daesh, senza la quale non sarebbe possibile ne la formazione e la promozione del “mito” dello Stato Islamico, che la sua capacità di azione militare e terroristica. Ma fu proprio la dimensione territoriale che, dopo l’esplosione del fenomeno, divenne terreno principale del confronto con gli avversari di Daesh. Interrotta la serie di conquiste sul campo, è stato lo scontro con le milizie curde, quelle sciite, le truppe irachene e siriane, e i raid della coalizione internazionale, il supporto delle forze speciali occidentali, pezzo per pezzo, a strappare il territorio conquistato fino alla sconfitta finale e il crollo, dopo la riconquista di Raqqa e Mosul, a fine 2017. Sconfitta pesantemente sul campo, nonostante l’eliminazione progressiva dei suoi principali leaders, la fuga, la cattura o la morte di molti combattenti, Daesh è rimasto però ancora in vita, tra rifugi clandestini e enclavi protette nel deserto, e tenterà di sopravvivere anche alla morte, per mezzo di un raid americano, dell’autoproclamato califfo, Abu Bakr Al Baghdadi, avvenuta alla fine del mese di Ottobre 2019[7]. Quasi a termine di questo complicato decennio per tutto il Medio Oriente.

Tra Al Qaeda e Daesh cosa è cambiato e potrebbe cambiare ancora

In tre anni però Daesh ha fatto in tempo, oltre a dare vita a questo tentativo nuovo di natura statuale e di amministrazione territoriale (Daesh ha realizzato il tentativo di creare un vero stato, con istituzioni, struttura amministrativa, moneta propria e anche una base di welfare state)[8] è riuscita a produrre anche una cesura con il passato, recente, del jihadismo. Come lo ha fatto: da un lato mettendo in discussione la leadership conquistata nel decennio precedente da Al Qaeda, fino anche a superarla, inoltre si è conquistata uno spazio virtuale proprio, capace di sopravvivere anche alla caduta delle sue roccaforti, e infine, anche in ragione della sua esistenza e presenza digitale influendo notevolmente sull’evoluzione degli strumenti mediatici e della propaganda del jihadismo stesso e con essi della stessa minaccia terroristica.

La fine del progetto territoriale, dopo la sconfitta di Mosul e Raqqa, e la fuga dei miliziani sopravvissuti allo scontro, alcuni riusciti a scappare verso altri territori in conflitto privi di controllo statuale, altri riparati e nascosti nelle aree periferiche e nelle enclavi sunnite del deserto siriano e iracheno, l’eliminazione di molti dei suoi leader, ultima in ordine di tempo proprio quella del suo capo Baghdadi, non hanno però cancellato l’organizzazione, che anzi ha subito provveduto ad annunciare un nuovo successore del capo defunto[9] e cercherà di rilanciarsi e riorganizzarsi rapidamente. Daesh in fatti è ancora sopravvissuta sia nella sua dimensione virtuale, anche se con forza indubbiamente minore mantenendo una discreta capacità di propaganda, che anche come struttura clandestina, in alcune ultime residuali entità territoriali, pronta però ad entrare in azione appena possibile sfruttando le difficoltà degli avversari o i disordini crescenti nell’area. Oggi, infatti, con la crisi siriana riacutizzata a fine 2019, così come in conseguenza dei disordini crescenti e della tensione presente in Iraq, ciò che restava celato dell’organizzazione jihadista di Daesh potrebbe riprendere forza e tornare a colpire sfruttando proprio questo contesto in continua evoluzione e in crescente stato di tensione e conflitto.

Indubbiamente però l’esperimento dello Stato Islamico ha contribuito, soprattutto sul versante mediatico, ad un’ulteriore evoluzione della fenomenologia jihadista, da cui anche le altre organizzazioni, a partire dalla stessa Al Qaeda, sono state influenzate e di cui la loro futura azione sarà condizionata sempre di più al di là delle differenze di natura strategica o dottrinale presente tra loro. Il solco allargato e segnato da Daesh forse era già stato avviato in precedenza a livello teorico e anche pratico, ma è evidente che quanto fatto in questi anni è stato decisivo per incidere una svolta nel processo evolutivo del jihadismo ma anche dei processi di radicalizzazione jihadista e della loro diffusione nel mondo.

Inoltre l’esperienza recente ci obbliga a evitare di ritenere l’organizzazione sconfitta e scomparsa. È un errore che bisogna evitare. Pur se ridimensionata, pur se il suo fascino è sicuramente calato, soprattutto verso quelle generazioni più giovani che erano state attratte dal suo iniziale successo[10], essa non è finita e il messaggio ha goduto di una tale ampia diffusione che potrebbe a lungo godere anche di molti emulatori e simpatizzanti ancora.

Inoltre il suo progetto potrebbe ripresentarsi, in forme diverse e più locali, sia attraverso l’azione clandestina, sia a livello territoriale, soprattutto anche per effetto del nuovo  aggravarsi della crisi nel quadrante geopolitico siro-iracheno, che in altre aree periferiche o instabili del vasto arco territoriale che dall’Africa Occidentale arriva fino all’Asia Centrale dove tensioni, conflitti, statualità in crisi permangono. In questa regione, a partire per esempio dal Sahel, l’esperimento territoriale di Daesh, seppur in forme diverse o ridotte, e indubbiamente meno evocative della Mesopotamia e del Levante, potrebbe ripresentarsi là dove era stata fondata una sua provincia. Per quanto residuale, è un rischio da non sottovalutare. L’esistenza di territori privi di controllo e la ricerca di safe havens in cui insediarsi potrebbero favorire la nascita di nuovi tentativi di territorializzazione dei jihadisti, magari in forme simili a quelli già esistenti in Africa. Probabilmente è proprio la resilienza locale dei gruppi disseminati in alcune aree periferiche la primaria fonte di sopravvivenza e di una loro eventuale rinascita.

Non da meno però, per gli stessi motivi, l’attuale contesto geopolitico mediorientale, così come i diversi focolai di crisi che imperversano nella stessa regione a cavallo tra Africa e Asia, potrebbero fornire spazi e risorse per un ritorno anche di Al Qaeda.

Del resto Al Qaeda, dopo aver preferito la scelta della clandestinità della sua leadership e essersi ramificata in vari gruppi autonomi, alcuni anche con alleanze e radicamento territoriale spesso intrecciato a gruppi e organizzazioni di natura locale, potrebbe rilanciare la sua rete, mai del tutto smantellata, e forte della sconfitta sul campo di Daesh e, allo stesso tempo, della lezione appresa sul piano propagandistico/mediatico, tentare di tornare alla guida del fronte jihadista internazionale. Sempre che una guida unica sia possibile ridefinirla.

Perché un altro effetto di questa fase potrebbe essere una forma di “destrutturazione” della galassia jihadista e del modello organizzativo jihadista tradizionale e una diffusione sempre più puntiforme delle organizzazioni esistenti, dove potrebbe non essere più necessaria una “guida” che funga da modello e riferimento. Altra possibile conseguenza della localizzazione dei gruppi e della fine del richiamo globale che Daesh aveva incarnato sostituendosi ad Al Qaeda.

Questo potrebbe significare un ritorno alle origini e una fine del progetto stesso del Jihad globale? Difficile dirlo, ma è una prospettiva difficile da abbandonare del tutto, anche solo a livello propagandistico e ideologico, fin tanto che Al Qaeda almeno sopravvivrà, pur rimanendo ancora a lungo con un basso profilo. Probabilmente quel tipo di progetto è oggi indebolito, non solo per la morte di Baghdadi, ma per esempio anche per la scomparsa del figlio di Bin Laden, Hamza, eliminato da una operazione antiterrorismo nella regione Afghanistan/Pakistan[11], che in taluni ambienti si era ritenuto potesse prendere in mano la bandiera della Jihad globale retta per anni dal padre e che in qualche modo sembrava essere stato utilizzato dagli stessi qaedisti più per immagine che per reali capacità di comando. Indubbiamente la sua eliminazione può aver indebolito la capacità mediatica o il richiamo iconico dell’organizzazione, non di certo però la sua capacità operativa clandestina. Quella rimane come scelta strategica precisa per garantire la sopravvivenza stessa del progetto qaedista. E il progetto qaedista è strettamente legato anche alla prospettiva globale del Jihad. Come la storia, dalla guerra in Afghanistan degli anni ottanta in poi ci insegna.

Ma se anche dovesse calare il fascino della sfida globale del jihadismo, che dagli anni novanta aveva spinto alla battaglia contro il “nemico lontano”, l’intricato contesto geopolitico mediorientale potrebbe comunque favorire o produrre in futuro nuovi protagonisti e nuovi progetti più locali, oppure creare le condizioni per un ritorno in auge dei vecchi, capaci di rinverdire il richiamo al Jihad globale.

Le fratture storiche e le rivalità geopolitiche che caratterizzano oggi tutto il Medio Oriente, ma anche la competizione  crescente, che potrebbe misurarsi sempre di più proprio nell’area, tra potenze diverse, fino alla gravità delle crisi statuali in corso e della pesantezza delle condizioni economiche in cui versano le popolazioni di molti paesi dell’area, potrebbe favorire le ambizioni dei gruppi jihadisti e il loro ritorno in forze. Non solo sul piano militare ma anche politico. Non è da sottovalutare la possibilità che il jihadismo possa diffondersi anche in forme nuove, presso fasce della popolazione sempre più frustrate o in aree isolate e impoverite dove istituzioni o soggetti politici organizzati tradizionali potrebbero perdere forza. Il radicalismo professato da organizzazioni jihadiste, anche non terroristiche, potrebbe costituire anche una forma di risposta politica, in alcune zone più problematiche della regione o anche in aree limitrofe dove crisi e povertà aumentano. Potrebbe essere un’altra forma di localizzazione e di evoluzione del fenomeno, sopratutto in alcune aree marginali o periferiche.

In conclusione

Il decennio iniziato con la morte di Bin Laden e chiuso con la morte di Baghdadi, ( e del figlio di Bin Laden) è passato attraverso l’esplosione del fenomeno Daesh, la costituzione e la fine dello Stato Islamico, ha visto l’emergere della variabile del terrorismo fai-da-te, proliferato grazie al web, e il ritorno in grande stile del fenomeno dei foreign fighters, anche questo con grande influenza del web, l’esplosione del fenomeno dei jihadisti europei e dei terroristi della “porta accanto” e, sopratutto, è sbarcato in massa, e forze, in questi dieci anni, come mai prima, proprio nella dimensione virtuale. Si è prodotta in questo periodo quella che viene definita da alcuni analisti, la terza generazione di jihadisti, dopo quella iniziale degli anni ottanta che aveva interessato l’Afghanistan e quella invece degli anni novanta, diffusa tra i fronti di guerra locali e poi il ritorno in Afghanistan sotto la bandiera della nascente Al Qaeda. Una generazione nuova e dalle molteplici novità rispetto a quelle del passato, soprattutto anche per i diversi profili dei suoi membri: dall’età alla presenza di convertiti alle origini e i paesi di provenienza, soprattutto per quanto riguarda gli europei.

Al termine di questi dieci anni non si può certo dire che la minaccia sia purtroppo debellata. Anzi, è ancora presente, diffusa e radicata in numerosi contesti geografici e resterà a lungo permanente anche nei paesi occidentali ed europei (come per esempio il recente attacco di Londra ci dimostra)[12], non solo per la sua permanenza in molti paesi e aree di crisi limitrofi ai nostri confini, ma anche per il rientro dei numerosi foreign figthers europei dai fronti di guerra.

Nel continuo e costante disordine che condiziona la regione MENA, tra le possibili evoluzioni future, i prossimi anni potrebbero portare ad una nuova fase, in cui, Al Qaeda, Daesh, o altri (qualora dovessero nascere anche nuovi soggetti), riorganizzatisi in clandestinità o nei propri rifugi locali periferici, potrebbero continuare a colpire, anche a livello internazionale, sfruttando le caratteristiche di una minaccia sempre più ibrida, capace di proporsi e proliferare su più dimensioni e su più fronti contemporaneamente.

Senza escludere che, nel tempo, soprattutto a livello locale, i diversi gruppi affiliati a l’uno o all’altra, possano vedere un integrazione reciproca e una convergenza verso il comune nemico, che sia vicino o lontano.

Fallito l’esperimento “califfale”, difficilmente riproponibile al momento, l’obiettivo principali, per le organizzazioni maggiori, resterà comunque quello già ribadito nel tempo, lungo il percorso quarantennale del jihadismo: la conquista della leadership dei luoghi santi dell’Islam, il crollo dei regimi islamici mediorientali, lo scontro con le potenze occidentali quando possibile o necessario. Anche se i prossimi anni dovessero rivelare una attenuazione dell’intensità di questa minaccia, o una sua localizzazione periferica, potrà sempre tornare a manifestarsi improvvisa, come un fiume carsico, nel più tradizionale solco della tradizione qaedista.

Che il prossimo decennio poi, non possa riservarci una convergenza, sulla base di questi obiettivi, tra coloro che fino ad oggi hanno continuato a contendersi, anche con prospettive diverse, la guida del variegato fronte jihadista?

A volte, anche quello che sembra molto improbabile, può prodursi. E se il fine ultimo dovesse giustificare il mezzo, non è detto che gli eredi di Baghdadi e di Bin Laden, non possano arrivare a trovarsi sulla stessa strada e dalla stessa parte in nome di un ritorno alla battaglia per il Jihad mondiale e per il raggiungimento degli stessi obiettivi strategici. Oggi può sembrare un’ipotesi impossibile, ma si può negarla completamente? Negli anni novanta del Novecento, quando Bin Laden fondava la sua organizzazione e il fronte globale del Jihad sulle alture dell’Afghanistan e lanciava le sue invettive contro l’America e Israele, chi poteva immaginare che pochi anni dopo sarebbe riuscito a realizzare il più grande attentato della storia proprio sul suo americano?

La storia, a volte, è veramente imprevedibile e sicuramente l’11 settembre 2001, ma tutta la storia del jihadismo, ci hanno insegnato anche questo. La minaccia terroristica muta in continuazione, e gli strumenti, come le tattiche, impiegate dalla organizzazioni jihadiste sono funzionali alle risorse disponibili al momento e agli obiettivi perseguiti. In una prospettiva temporale, che guarda lontano, nel medio lungo periodo.

Resta la certezza per i paesi europei e occidentali, per i governi in Medio Oriente, per gli esponenti moderati del mondo islamico, che resteranno tutti comunque potenziali obiettivi delle organizzazioni jihadiste. Potrebbe per questo essere utile definire e costruire una strategia nuova, per affrontare questa minaccia, facendo tesoro degli errori commessi in passato, e nella consapevolezza che nel corso del tempo è mutata e cambiata più volte, obbligando chi l’ha fronteggiata a modificare i propri strumenti di contrasto. Un esercizio di riflessione e di analisi sulle possibili evoluzioni, delle sue forme e delle sue strategie, partendo dalla conoscenza della sua storia e del contesto geopolitico in cui opera, potrebbe aiutare a definire una strategia efficace, non solo per combatterla, ma magari anche per provare a prevenirne le future azioni.

L’autore

Enrico Casini è Direttore dell’associazione culturale Europa Atlantica e coordina le attività del blog di analisi www.europaatlantica.it. Laureato in Scienze internazionali, ha partecipato al Corso executive in Affari Strategici della Luiss. Ha una lunga esperienza a livello politico e istituzionale, e si occupa da anni di relazioni transatlantiche, studi strategici, politiche di difesa e sicurezza, terrorismo internazionale.




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